Milano-Cortina dimentica i suoi campioni: troppe assenze tra i tedofori
Le Olimpiadi in casa hanno sempre un’aura speciale. Sono una vetrina per il Paese, un’occasione per raccontarsi al mondo, ma anche — e forse soprattutto — un momento di riconoscimento per chi ha costruito la storia sportiva nazionale. Per questo la scelta dei tedofori assume un valore che va ben oltre la coreografia: rappresenta un gesto simbolico di gratitudine verso chi ha indossato l’azzurro nei momenti più alti.
Ed è proprio su questo piano che Milano-Cortina 2026 mostra una crepa difficile da ignorare.
Tra i 10.001 tedofori che accompagneranno la Fiamma fino alla Cerimonia di apertura del 6 febbraio, mancano infatti molti nomi che hanno segnato le Olimpiadi invernali italiane. Campioni olimpici che hanno vinto, emozionato e rappresentato il Paese, e che oggi scoprono — con sorpresa e amarezza — di essere rimasti fuori.
Da Maurilio De Zolt a Giorgio Vanzetta, da Silvio Fauner a Pietro Piller Cottrer, da Gabriella Paruzzi a Giorgio Di Centa: atleti che hanno scritto pagine memorabili dello sport azzurro e che non sono stati coinvolti nel viaggio della Fiamma. Solo Marco Albarello ha avuto l’onore di portarla nella sua Val d’Aosta. Per gli altri, nulla.
A raccontare questa delusione è stato lo stesso Fauner, oro nella staffetta 4×10 km a Lillehammer 1994, in un’intervista che ha colpito per sobrietà e profondità. Portare la torcia, spiega, non è esibizionismo: è il simbolo di una vita fatta di sacrifici, allenamenti, tensione, cadute e vittorie. È un riconoscimento silenzioso, ma potentissimo.
Quella staffetta in Norvegia — capace di infrangere l’egemonia scandinava davanti a 150 mila spettatori e al re Harald — è una delle imprese più iconiche dello sport italiano. Eppure oggi sembra appartenere a una memoria che si sta rapidamente assottigliando.
Il paradosso è evidente: il viaggio della Fiamma è stato lungo, i tedofori tantissimi. Possibile che non ci fosse spazio per questi nomi?
Qualcuno c’è stato, certo: Deborah Compagnoni, Enrico Fabris, Franco Nones, Manuela Di Centa, Stefania Constantini. Ma la sensazione è che la rappresentanza dello sport invernale sia stata marginale rispetto ad altre presenze — spesso legate al mondo dello spettacolo, dei social e degli sponsor.
E qui nasce la vera questione: chi decide? E secondo quali criteri?
La Fondazione Milano Cortina, che gestisce la selezione dei tedofori insieme agli sponsor, ha espresso dispiacere per le esclusioni ma ha lasciato intendere che per i grandi nomi dello sport si facesse affidamento sul Coni, almeno per la parte finale della cerimonia. Dal Coni, però, la risposta è stata netta: le scelte sono già state fatte, non ci saranno sorprese.
Un rimpallo di responsabilità che non cancella il dato di fatto: molti campioni sono rimasti fuori. E il messaggio che ne deriva è quantomeno ambiguo.
In un’Olimpiade che vuole raccontare sostenibilità, futuro, legacy e innovazione, si rischia di dimenticare una cosa semplice: lo sport è fatto prima di tutto di persone. Di storie, di sacrifici, di vittorie che diventano patrimonio collettivo.
E quando in una cerimonia olimpica trovano spazio influencer, personaggi televisivi e testimonial social — utili, certo, per la comunicazione — ma non chi ha portato davvero l’Italia sul gradino più alto del podio, allora qualcosa si è incrinato nel racconto.
Non è una questione di nostalgia. È una questione di senso.
Le Olimpiadi non sono solo un evento globale: sono una memoria condivisa. E se quella memoria viene trascurata, il rischio è che lo spettacolo resti — ma il significato si perda.
